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Edizione provinciale di Pordenone


I PROTAGONISTI - Petris, la forza dell'equilibrio

Fabrizio Petris si racconta: dall'esperienza nelle giovanili dell'Udinese ai dieci anni di Tamai, passando per il professionismo con l'Itala di Zoratti e Neto. Oggi gioca con un chiodo e tre viti al Cordenons: "La società è poco presente, a dicembre abbiamo deciso di restare e fare quadrato nonostante una situazione non certo rosea". E nel futuro il regista allenerà

Dieci anni di Furie Rosse, dieci anni per entrare nella storia del club dilettantistico più conosciuto in regione, dieci anni per diventarne non solo il capitano, ma l’uomo che in assoluto ha firmato più presenze in Serie D.

Poi viene la rottura di tibia e perone, “in un contrasto di gioco contro il Vigasio, era il novembre del 2016. Fu molto doloroso e faticai per non svenire”. Le strade si dividono, come può succedere in ogni storia d’amore, e quindi l’approdo a Cordenons, dove sta disputando un campionato di buon livello.

Non ha bisogno di presentazioni Fabrizio Petris, “cresciuto calcisticamente a Zoppola, dove vivo e dove abbiamo vinto il campionato Regionale Giovanissimi. Passai agli Allievi Nazionali dell’Udinese, affrontando e facendo affrontare alla mia famiglia i sacrifici della vita del convitto. Il premio come miglior promessa dell’anno, vista la politica bianconera che preferiva le leve straniere, non mi bastò per la riconferma. Approdai negli Juniores del Tamai ed esordii a Mezzocorona a fine stagione in Prima Squadra, in Serie D, grazie a Morandin, avevo da poco compiuto sedici anni. Quindi feci cinque ottime stagioni con Tomei, con un grande secondo posto alle spalle del Rovigo, due partecipazioni ai play off e una stagione da dieci gol, gol di ottima fattura, ricordo. Avevamo una squadra molto esperta e legai con Nicola Paolini, Renzo Nonis e Peresson. Quando ci giochi insieme le persone sembrano indispensabili, poi alla lunga ti accorgi di aver condiviso solo l’aspetto ludico e sportivo e il più delle volte il rapporto va a scemare. Salii in serie C2 con l’Itala San Marco di Zoratti, fu la mia parentesi da professionista dove affinai ulteriormente la mia mentalità, conobbi un talento assoluto come Neto Pereira e calcai stadi importanti come Varese e Monza. E’ stato un premio per la mia dedizione sportiva, ma non ho mai legato la mia passione alle questioni di categoria. Approdai a Pordenone, fu una stagione travagliata personalmente e come squadra. L’anno successivo fui a Quinto di Treviso, ancora in Serie D, quindi mi richiamò il Tamai di Birtig, che mi diede la fascetta e mi accolse in quella che considero la mia casa calcistica. E’ un sano ambiente accogliente, una favola ben radicata nel territorio. Sono orgoglioso di aver legato il mio nome a questa società. Quindi è arrivato De Agostini, altri tre anni e mezzo importanti, poi l’infortunio.”

“E’ stato un addio consensuale - considera Fabrizio -, non sapevo come avrebbe reagito il mio fisico, superati i trent’anni la categoria sarebbe diventava molto impegnativa e inoltre volevo rimanere più vicino alla mia famiglia, alla mia compagna e a mia figlia. La società ha capito le mie esigenze e ne ha preso atto, con la consapevolezza di aver vissuto insieme una stagione irripetibile delle nostre vite”.

Ora Fabrizio, prossimo trentaduenne, gioca con un chiodo e tre viti che tengono in trazione l’osso, le toglierà a fine stagione in un’operazione meno invasiva rispetto all’intervento. La voglia di rimanere in gruppo e d’essere d’esempio ai ragazzi, in maniera intelligente ricorda: “Ad una certa età bisogna pensare prima agli altri che a se stessi”, lo fanno ancora correre con ottimi frutti per il Cordenons.

“Qui la situazione è tutt’altro che rosea, la società è poco presente. Noi giocatori e lo staff stiamo facendo quadrato, a dicembre, nonostante tutto, abbiamo deciso di rimanere e continuare ad onorare la maglia”.

Fabrizio è un milanista seguace di Kakà e Pirlo, insegnante di educazione fisica, laureato in Scienze Motorie, si augura il succedersi alla carriera calcistica quella da allenatore, essendolo per vocazione, “sono un centrocampista che detta ordine e richiama molto i compagni”.
Solidità, equilibrio, umiltà sono le doti indispensabili per un ottimo calciatore protagonista del nostro calcio, per un presente ed un futuro insegnante, per un padre di famiglia che non ha mai confuso le effimere sirene della ribalta con quelle, a volte più amare ma ben più fondanti, della famiglia e dell’impegno civile. (l.g.)

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  Scritto da La Redazione il 11/04/2018
 

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