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I PROTAGONISTI - Marco Ciganotto e quel calcio al professionismo

L'ex portierone di San Stino di Livenza ha lasciato un segno importante anche in Friuli. Dal Viareggio vinto nel '96 a quel contratto firmato con il Brescia prima di scegliere la famiglia e il lavoro...

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Gestire un’azienda è come trovarsi in un tagadà. Se stai sul perimetro e ti tieni ben saldo ai maniglioni, non corri nessun rischio, ma non ottieni nulla, né emozioni, né divertimento, né puoi sperare di rubare le attenzioni della ragazza carina. Una passiva vita da spettatore non ha mai fatto per me, quindi, all’epoca delle feste paesane, arrivavo al centro della pedana mobile e lì mi spostavo di continuo per rimanere in equilibrio. Così avviene in questo mercato del lavoro ultra competitivo e colmo di stimoli spesso fuorvianti, bisogna sempre ragionare per stabilire una migliore economicità, bisogna guardare in prospettiva ma con un occhio rivolto al presente e uno al passato, bisogna pensare in maniera creativa per riuscire ad anticipare la concorrenza. Sotto questi punti di vista bisogna essere veloci”.

A confidarci queste valutazione dirigenziali, è una nemmeno troppo vecchia conoscenza del calcio locale Marco Ciganotto, veneziano di San Stino di Livenza, numero uno di Azzanese, della Sanvitese di Rella, di Portoguaro, di Portomansuè, di Jesolo e di Sandonà. Ma non solo, vincitore nel 1996 del Torneo di Viareggio, al fianco di giocatori come Andrea Pirlo, quindi Baronio che in finale segnò un gol da quaranta metri ad un certo Gianluigi Buffon; Diana, Campilonghi e Bonazzoli, tra quelli che la carriera, da professionista, sono riusciti a farla.

Gli altri, come Marco, si sono inseriti nel mondo lavorativo, tornando al dilettantismo, perché Marco, prima di approdare a Brescia dopo un provino di un giorno, prolungato da Mircea Lucescu che lo voleva all’opera con la Prima Squadra, allora era poco più di un quattordicenne; Marco, iniziò le prime parate nella sua San Stino. Scelse Brescia e non il Milan, il Milan della Milanello di Van Basten, tanto per intenderci, perché l’ambiente bresciano gli trasmise sensazioni casalinghe.

Agliardi mi faceva da secondo in Primavera, solo che lui ha fatto il professionista e io no, tutto qua. Rispetto a Buffon però, avevo meno capacità. Dopo la vittoria del Viareggio mi si propose di scendere di categoria a Portogruaro, quindi a San Vito, dove potei disputare le gare della Nazionale Dilettanti. Tornai a Brescia e feci il terzo in Prima Squadra, mentre firmavo il mio primo contratto da professionista. Ero ad un passo dal grande calcio, giocavo per rimanere ai massimi livelli ma il cammino sarebbe stato ancora lungo e tortuoso, avevo 19 anni e dovevo compiere delle scelte, era necessario le compissi. Iniziai a pensare vivamente alla mia famiglia, all’impresa meccanica da loro gestita con sacrifici enormi da mattina a sera, ben sapendo che sarei stato accolto a braccia aperte, la consapevolezza di avere un’alternativa al calcio, credo, ad un certo punto, abbia condizionato i miei investimenti sportivi. Come avviene nel lavoro, o hai la propensione a rischiare sempre e con oculatezza, oppure sei destinato a chiudere anticipatamente. O aggredisci la vita e sei propositivo, o vieni fagocitato. Il ritorno da Brescia ai dilettanti locali non fu amaro, anzi, fu quasi una vittoria perché venni accompagnato dalla mia futura moglie Laura, che mi ha dato Lorenzo e Matilde, un giocatore di basket e una ballerina. Esso dipese da una mia scelta e dal fatto, inoltre, di essere stato poco smaliziato e poco egoista, di aver pensato prima al bene della squadra che alla mia carriera. Ma non rimpiango nulla. Iniziai ad accettare i miei limiti, mi diedi dei nuovi obiettivi e ripartii, cercando di pensare in maniera positiva e di favorire un dialogo costruttivo. Lavorando a pieno regime in azienda le mie prestazioni non furono sempre delle migliori. Poco mi importava il voto negativo, ciò che mi manca oggi è soprattutto il clima dello spogliatoio, i confronti con i compagni, gli scherzi e la spensieratezza”.

La Simar Optic srl, divisa in Plus e Creative, è in continua espansione e opera nella componentistica di precisione e nelle stampe di prototipi in 3D e, tanto per dire, grazie ai suoi clienti arriva su Marte, con le sonde Rosetta e quelle inviate periodicamente dall’Esa sul pianeta rosso.

Ciganotto continua: “L’obiettivo di soddisfare nella maniera più celere e più economica possibile il cliente, si coniuga con quello di rendere autonoma l’azienda, quindi il suo personale. Il rapporto costante e la valorizzazione dei dipendenti, il vero valore aggiunto, sono la base della meritocrazia che tentiamo di promuovere, puntando sugli incentivi di produzione. Abbiamo una media lavorativa di 26 anni e, come in uno spogliatoio vincente, tendiamo a fare gruppo, pure nelle delle produttive, accese discussioni tra me e i miei familiari”.

Se adesso la Serie A di Ciganotto è la Simar, (acronimo di Simone e Marco, appunto), egli non ha però perso né lo spirito combattivo improntato alla lealtà, al rispetto e alla correttezza che lo contraddistingueva quando era tra i pali, è un vincente che sa perdere piuttosto di barare, ha i piedi ben piantati per terra ma è capace di volare; tantomeno ha perduto la sua vocazione atletica di estremo difensore dalle spiccate doti fisiche e tecniche.

Dopo allenamenti della durata di alcuni mesi, si permette della scampagnate di salute di 42, 195 chilometri, le cosiddette maratone, che compie sotto il muro delle quattro ore, oppure dei più impegnativi saliscendi montani della lunghezza di 50 chilometri.

Al termine della chiacchierata che riproporrà ad un istituto tecnico di Portogruaro, con il quale collabora con dei progetti di tirocinio lavorativo; Marco ci ricorda: “Oltre a muoverti, quando sei nel centro della pedana del tagadà, per non cadere devi mantenere lo sguardo fisso su un punto. Noi, nel passato periodo di crisi, abbiamo continuato ad investire cifre enormi sulle macchine meccaniche di precisione, quando tutti ci davano per matti. Se i nostri investimenti daranno ancora dei frutti, lo potrà dire solo il futuro”.

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“Ciga” con la famiglia

Quel punto fisso da tenere sotto occhio per non cadere, poteva essere il viso della bella amata, il viso di Laura, la fede in un ideale, la convinzione che il lavoro, l’onestà, il sacrificio e la capacità di investire, alla lunga paghino.

Ecco allora Ciganotto, a quasi un lustro dal suo addio al calcio e a più di vent’anni dal Viareggio vinto, perché sono passati 22 anni esatti, eccolo di nuovo nel centro del tagadà, sotto gli occhi della sua famiglia di radici bresciane, dei suoi dipendenti, dei suoi clienti, di suo fratello Simone, dei suoi genitori e di una comunità che sa, spera e crede di applaudire ancora i suoi lungimiranti progetti, in alcuni casi possiamo dire, a ragion veduta, spaziali, le sue nuove prodezze in questo campo.

L.G.
  

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  Scritto da La Redazione il 01/06/2018
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