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Edizione provinciale di Gorizia


L'INTERVISTA - Veritti: alla fine il gioco non tradisce mai

L'allenatore carnico, al momento fuori dalla mischia, ha seguito in questi mesi gare di Eccellenza, Promozione e Prima categoria. Ecco le interessanti considerazioni di un tecnico acuto e costantemente animato dalla volontà di migliorarsi e di "alzare l'asticella"

Abbiamo intervistato Ivan Veritti, allenatore carnico con un’importante e lunga esperienza prima nel settore giovanile e poi con positive esperienze in Prima categoria (anche una coppa Regione vinta nel 2016) e in Promozione (con salto in Eccellenza sfiorato ai play-off nel 2019).
 
Come mai in questo campionato non sei "al lavoro”? 
"Ho avuto alcune proposte, anche ultimamente, ma, indipendentemente dalle categorie, non mi hanno suscitato sensazioni positive, oppure, in taluni casi, ci son stati degli incomprensibili retromarcia; comunque, va bene così, il tempo è galantuomo e io continuo a sperare che le persone, compreso il sottoscritto, possano migliorare. Ecco, appunto, una qualità che penso sia imprescindibile in chi fa sport è l’ambizione di crescere, come si ama dire oggi, “alzare l’asticella”; io onestamente nel mio piccolo sto cercando di farlo".
 
C’è qualcosa che ti dà fastidio nel nostro calcio? 
"Sì, le banalità, l’ipocrisia e i luoghi comuni; è in generale un ambiente sano quello dei dilettanti, ma spesso si scopiazzano le cose peggiori dei professionisti".
 
Per te, cosa deve avere un allenatore?
"Personalità e voglia d’incidere, non deve mai accontentarsi del metodo che usa ma, al contrario, cercare di migliorarlo e sperimentare; fondamentale è esaltare le capacità individuali, ma senza tradire la propria filosofia condivisa con la società, infine, a volte, deve entrare nell’ombra lasciando spazio ai giocatori".
 
In questo periodo hai visto partite, cosa pensi dei campionati dilettantistici regionali? 
"Ho visto partite di Eccellenza e Promozione, e anche di Prima categoria, alcune molto combattute e tattiche, altre con una netta prevalenza di una squadra per qualità ed espressione di gioco, altre ancora aperte e con tante occasioni da gol, belle per il pubblico forse, meno per gli allenatori, ed infine partite decisamente noiose e senza carattere, che alla fine non consegnano niente né allo spettatore comune, né agli addetti ai lavori. Il risultato, purtroppo, fin dalle prime giornate condiziona gli atteggiamenti e i propositi e questo non fa bene al calcio in generale".
 
Come pensi si possa risolvere questa situazione? 
"Imitare coloro che sanno vivere meglio il fair-play o meglio la cultura della vittoria ma, soprattutto, quella della sconfitta, quindi fare tesoro degli errori per non commetterne; in una parola “mentalità”. Non voglio fare esempi ma sono facilmente intuibili. Una società deve rendersi conto di cosa ha in casa, deve cercare di ottenere sì il massimo, ma non a discapito della valorizzazione del patrimonio giocatori, sarà invece questo aspetto che alla fine potrà dare continuità alla società stessa, non la salvezza di un campionato per il rotto della cuffia senza lasciare eredità percorribili. Chiaro che alla fine i nodi vengono al pettine e di esempi, proviamo a pensarci, ce ne abbiamo sotto gli occhi. Quando proveremo a pensare in una determinata maniera si farà un salto di qualità, le “rivoluzioni” partono sempre dal basso. Questo è il mio pensiero".
 
Che squadre ti hanno fatto una buona impressione?
"Premetto che, chiaramente, non ho potuto vedere tutto e tutti e quando assisto a una partita mi concentro più sull’espressione di gioco e sulla personalità di una squadra piuttosto che sui valori assoluti, indipendentemente dai gusti personali. Il calcio è uno sport molto opinabile, ognuno ha le sue certezze. Le squadre di testa hanno tutte un determinato stile e una precisa identità, è solo questione di gusti, come dicevo, alcune prediligono il possesso e l’ampiezza, altre ricercano di più la profondità e lo spazio, altre ancora si affidano alle ripartenze immediate, altre, più fisiche, al rilancio e poi attacco alla seconda palla ed infine altre fanno quello che possono o che viene loro concesso dagli avversari.  Personalmente il gioco che mi diverte è quello in velocità con fasi brevi di transizione, con scambi e smarcamenti nel corto. Non scopro l’acqua calda se dico che le squadre che comandano i campionati hanno tutte uno specifico marchio dato dal loro allenatore, per cui non sono lì per caso. Scavando oltre però anche ci sono altre realtà che non hanno certo le rose delle prime, però riescono comunque ad imporre i propri valori e a dimostrare che lavorando in profondità sui singoli e sull’organizzazione si riesce a crescere. Giusto per non essere generico e per quello che ho visto dico ad esempio il Tricesimo e il San Luigi in Eccellenza, Corva e Ol3 in Promozione, Ragogna e Unione Smt in Prima".
 
Che squadre, invece, ti hanno deluso?
"Anche qui non mi piace far nomi, perché nel calcio le cose cambiano velocemente, potrei essere smentito in qualsiasi momento e qualcuno potrebbe avercela a male, però onestamente ho visto anche molte squadre che cercano solo di “portare a casa”, il che non è un male, ma alla lunga, se poi non c’è un cambio di marcia, di idee e di atteggiamento, non si va lontani. Come dicevo il risultato non è il vero specchio di un buon lavoro. Meglio un uovo oggi che la gallina domani? Il miglior antidoto alla sconfitta deve essere sempre il gioco: non si fa mai male, è sempre in forma, non dipende da uno ma dipende da tutti e, alla fine, se tutti ci credono, non tradisce mai". 
 
Qualche episodio che hai visto che ti ha stupito o fatto riflettere?
"Dal di fuori è sempre difficile capire, a volte ci sono dinamiche nello spogliatoio che impediscono allo spettatore di essere obiettivo, della serie vedo quello che voglio vedere; ad esempio, mi è capitato di assistere a una partita del San Luigi e il mister nel secondo tempo ha rivoltato la squadra come un calzino, togliendo, spostando e apparentemente mettendo in crisi la squadra. Io in un primo momento non ho capito, poi ci ho pensato e mi son detto che un allenatore di quel calibro non può certo voler perdere la partita, avrà avuto sicuramente le sue buone ragioni. Ho ipotizzato che non gli era piaciuta l’interpretazione della partita da parte di qualcuno, o voleva dare una lezione, o dare una scossa, o forse era alla ricerca di leader giovani che si prendano le proprie responsabilità, o creare una sana concorrenza, oppure mettere in difficoltà la squadra per crescere. Se c’è riuscito non lo so, fatto sta che quella partita non l’ha persa e la successiva l’ha vinta e forse per merito di quella decisione".
 
Qualche giovane emergente?
"Senza entrare nella diatriba della bontà o meno della regola dei fuoriquota, è chiaro che molti giovani hanno l’opportunità di esprimersi ad un livello nel quale normalmente avrebbero avuto difficoltà a trovare spazio; il rovescio della medaglia è che alcuni di loro sembrano bloccati (dall’allenatore?), manifestando evidenti incertezze, forse sotto il peso delle responsabilità, in ogni caso sono dell’avviso che bisogna dare tempo al tempo. Comunque alcuni di loro dimostrano potenzialità e talento ed hanno bisogno di fiducia ed opportunità per crescere. Quello che cerca un allenatore, ma anche una società, sono ragazzi che abbiano coraggio di prendersi l’iniziativa, di assumersi la responsabilità, di fare a volte autocritica e non dare la colpa ad altri. Lungi da me fare il talent-scout ma limitatamente alle partite che ho potuto osservare mi hanno incuriosito ad esempio Kanapari, non fuoriquota ma un 2000, per me giovane, mancino di grande affidabilità tutta fascia ma visto fare anche altri ruoli della Virtus CornoBrichese, attaccante esterno bravo nell’uno contro uno, del Tricesimo; Clarini D’Angelo, mezzala di buona personalità della Pro Fagagna; Gjini (2000), centrocampista di organizzazione e bravo sui piazzati del Maniago Vajont; Mazzoleni (2001) attaccante di gran gamba e versatilità del San Luigi; Campana, mezzala d’inserimento del Brian Lignano; Ranocchi, difensore laterale (ma può fare anche il centrale), tecnico e prepotente dell’Azzurra Premariacco; Grizzo, attaccante laterale di talento del Rive-Flaibano; Solari, attaccante con fisicità e che vede la porta del Tolmezzo; Buzzi, centrocampista “tutto pepe” della Gemonese; Ferrari, mezzala mancina con ottimo piede e buon tiro del Sevegliano Fauglis; Sicco, una delle bocche da fuoco ma bravo anche in rifinitura dell’Ol3. E poi Andreutti (2000), trequartista decisamente di categoria superiore del Ragogna".
 
Cosa hai imparato in questo periodo e che speranze hai? 
"Ho capito che gli esami non finiscono mai, non c’è mai il passato, c’è solo il presente, che è difficile programmare, e questo non è certo un bene. Speranze: che si guardi al merito e non ci si fermi alle apparenze… spesso ingannano!".

Andrea Citran

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  Scritto da La Redazione il 11/12/2022
 

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