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Edizione provinciale di Udine


VI DICO LA MIA - Il passivo, l'aggressivo e l'assertivo

La capacità di comunicare è una delle abilità basilari che sono richieste a chi deve gestire con qualità un qualsiasi tipo di gruppo...

 

(Tempo di lettura: circa 9 minuti)

Mi ha molto rattristato constatare il grado di inciviltà sfoggiato la scorsa settimana tra gli spalti dei nostri italici stadi da numerosi “signori” che hanno fischiato il minuto di silenzio, voluto dalla Figc e dedicato ad un morto. Che poi questi fosse stato il Presidente della Repubblica Emerito credo sia irrilevante. Ne hanno parlato in tanti con analisi molto approfondite e con toni diversi ma praticamente tutti, a parte gli autori, si sono schierati contro tale comportamento giudicandolo, come minimo, sconcertante. Il fatto grave è che a loro deve essere sembrato un valido modo di offendere… un trapassato, una persona che non c’è più! Davvero paradossale. Hai ben voglia di dire che non bisogna mai parlare male delle persone assenti perché non si possono difender! Il gesto mi ha ricordato quello che accadde nel lontano 1945 in Piazzale Loreto con le salme appese a testa in giù di Benito Mussolini e Claretta Petacci e martoriate e ridotte ai minimi termini neanche fossero state pezzi del muro di Berlino, mentre veniva preso a picconate dalla folla impazzita dalla gioia. Ma abbattere quel muro un significato ce l’aveva: veniva abbattuta una frontiera che avrebbe ridato la libertà ad un’intera popolazione e ricongiunto famiglie divise da 44 anni.

Ho voluto portare due esempi con sguardo rivolto da due estremi molto diversi perché non mi si venga a dire che parteggio per l’una o l’altra sponda, voglio rimanere imparziale. Pertanto, fazioni opposte ma medesimo impeto, al massimo ferocia e raccapriccio diversi! Ora andare a fare delle considerazioni serie sulla comunicazione avendo come platea questo tipo di pubblico che vuole mettersi in mostra così, mi pare decisamente fuori luogo, privo di senso come lo sono anche questi contestatori del nulla. Sì, del nulla. Contestare un morto in maniera più o meno cruenta, tanto da arrivare a martoriarne le carni, io trovo che sia un’azione quantomeno da emarginati dalla società civile: possiamo solo compatirli, non meritano neppure giudizi. Altra cosa è dissentire da quello che fece o che disse in vita il soggetto della contestazione. Ecco, rivolgermi a loro che, con ogni probabilità, non conoscono altra maniera per farsi sentire e perciò comunicare, credo sia solo una perdita di tempo, muovere aria, insomma parlare al vento.

È con queste premesse che oggi vorrei nel “Vi dico la mia” parlarvi un po’ a braccio della comunicazione, del giusto modo di approcciare una qualsiasi discussione senza correre il rischio di restare impantanati in spiacevoli zuffe linguistiche che non portano quasi mai a nulla di buono.  

Non mi ritengo un analista della comunicazione massmediale, vado un po’ per esperienza personale. Già quando guardavo quella ormai storica trasmissione, “Il processo del lunedì”, condotta da Aldo Biscardi, non riuscivo proprio ad entusiasmarmi e circa a metà messa cambiavo programma o spegnevo la TV e mi dedicavo ad altro, nonostante gli argomenti mi interessassero parecchio. Vedere i vari esperti del calcio o pseudo tali, affannarsi ad offendersi e ad insultarsi in nome dell’audience mi dava un certo senso di fastidio e di disgusto. Però, visto il successo che hanno avuto, il tutto è stato replicato in tante altre trasmissioni dai contenuti più disparati: si è passati dai massimi sistemi, dal gossip alla politica e via dicendo fino ad arrivare, a mio avviso, a condizionare la comunicazione della gente comune rendendola assai molto più aggressiva rispetto al passato. Oggi pare, infatti, che le persone siano molto più preparate a contestare, parlarsi sopra, offendersi, sfogare le proprie frustrazioni sul malcapitato di turno piuttosto che tentare di spiegare le proprie ragioni democraticamente. Tutti “tuttologhi” come si diceva una trentina di anni fa. E fra questi vi era, per esempio, anche Vittorio Sgarbi che però, al di là delle sue opinioni personali condivisibili o meno, conosceva molto approfonditamente l’arte del saper comunicare e quando voleva lo faceva anche correttamente, con un linguaggio colto e comprensibile. Oggi no. L’impressione è che si sappia comunicare solo in maniera distorta se non addirittura violenta.

Non vi è dubbio. La capacità di comunicare in modo chiaro e coinvolgente è una delle abilità basilari che sono richieste a chi deve gestire con qualità un qualsiasi tipo di gruppo (sportivo, scolastico, politico, ecc.). Essa rende possibile l’attuazione efficace di ogni trasferimento di messaggi, ci si augura positivi, sia genericamente orientati a più persone sia a singoli individui; consente la creazione di rapporti interpersonali affettivamente caldi, costituisce l’ingrediente necessario, anche se non sufficiente, per una corretta conduzione di un gruppo ed è proprio su questo ultimo punto che vorrei orientare le mie riflessioni.

Gli studiosi ci raccontano che tre sono gli stili della comunicazione: passivo, aggressivo e assertivo.
Proviamo ad analizzare brevemente cosa passa per la testa della persona tendenzialmente passiva. Tra i suoi principali pensieri troveremo in primis il “desiderio di essere simpatici e di voler essere quindi accettati da tutti”. Ma perché piacere a tutti sempre e comunque? A me pare un traguardo piuttosto irraggiungibile. In secondo luogo vi è “la riluttanza a lasciarsi impegolare in conflitti” che, tradotto, significa pensare di finire per prenderle e uscirne sempre malconci. Poi, inoltre, vogliamo metterci  “il timore che il proprio coinvolgimento non produca risultati positivi?”. Attenzione, questo porta con sé bassa autostima: “Non sono in grado, non ho le capacità per… e allora non mi espongo, non mi metto in gioco, nessuno potrà dirmi niente né sarà in grado di giudicarmi”.
Da ultimo ci metterei anche “un certo grado di apprensione nel caso in cui si dovesse perdere il controllo di se stessi ed alzare il tono più del lecito”. Il risultato finale sarebbe un fastidioso senso di colpa. Riassumendo, a me queste sembrano tutte espressioni di una visione inadeguata di se stessi e dei rapporti con gli altri.

Molto peggiori saranno invece le “malefatte” di chi adotta lo stile aggressivo.   
Cosa c’è invece nella mente di questa persona tendenzialmente aggressiva, tale da spingerla al litigio ed alla totale irrispettosità nei confronti degli altri? Il ritenere che “attraverso il piglio duro ed aggressivo, si ottengono i risultati” o che “il mondo è popolato da gente ostile, dalla quale ci si deve proteggere” ci porta dritti a pensieri distorti tipo “gli altri sono comunque ostili e quindi meglio armati e attaccare per primi!”. Una buona anticamera per la paranoia, non vi pare?
L’obiezione potrebbe essere: “Dopo aver aggredito qualcuno (sempre verbalmente), scaraventando contro di lui la nostra bile, ci si sente meglio!”. Mah! questo è un beneficio assai limitato perché a lungo andare i rapporti con l’altro si incrineranno sempre di più peggiorando la nostra e l’altrui qualità della vita.
Non mi sento di condividere neppure: “Si deve restituire pan per focaccia”. Versione evangelica di quella più attuale “chi tocca i fili, muore”. Chi ragiona in questo modo è generalmente insensibile alle ragioni proposte dall’altro; non si da neppure il tempo all’interlocutore di esprimere il proprio punto di vista. Da ultimo citerei il “quando non se ne può proprio più, uno scoppio di collera è quello che ci vuole!”. È forse questa la reazione meno criticabile, a condizione, però, che l’interlocutore non si senta aggredito troppo pesantemente e che l’attacco non produca risultati mortificanti per entrambi i contendenti.
Sintetizzando, credetemi, in questo stile i costi sono di gran lunga superiori ai vantaggi. Nel lungo periodo noteremo segni di: a) crescente insopportabilità che veicolano all’inimicizia, al boicottaggio, ecc.; b) la perdita di autocontrollo è un modello educativo perdente; c) si creano rapporti basati sul timore e in certi casi sull’odio; d) in alcuni casi si instaureranno inutili e pericolosi sensi di colpa. A fronte di cosa? Ottenere risultati nel breve? Avere la sensazione di dominare la situazione? Sentirsi persone forti e apprezzate? A mio avviso il gioco non vale la candela. Già, e quando ci troviamo a dover affrontare efficacemente la persona aggressiva? Dobbiamo fare ricorso all’assertività.

Ebbene, questa terza opzione, parte da una filosofia di vita positiva. Colui che riconosce i diritti propri e quelli altrui è pronto ad ascoltare il punto di vista espresso dal suo interlocutore e ad esprimere il proprio eventuale disaccordo, mantenendo il totale rispetto nei suoi confronti. Ciò lo porta ad accettare la negoziazione come strumento principale per affrontare e risolvere i conflitti interpersonali nei quali inevitabilmente s’imbatterà. Vantaggi? Tanti. Si mantengono e si rinsalderanno i rapporti con gli altri, si raggiungeranno, se non del tutto almeno in parte, gli obiettivi prefissati, si viene generalmente stimati e la propria autostima resterà saldamente positiva.
Vi anticipo, però, che non è facile assumere questo stile perché assertivi si diventa, non si nasce. In una cultura come la nostra, poi, in cui l’aggressività, l’invidia sociale, la manipolazione dell’altro, i condizionamenti studiati a tavolino, ecc., la fanno da padrone, può accadere che la persona assertiva non venga né creduta, né tantomeno accettata.
E qui mi vengono in mente alcune considerazioni che meritano un ulteriore riflessione. Esistono persone che si specializzano a gettare alcool sul fuoco, sempre molto solerti a sottolineare tutto ciò che non va, ma senza mai proporre soluzioni. Altre che si vantano di avere un brutto carattere come se questa fosse una qualità invece che una pessima caratteristica. E infine, che dire di quelli che si vantano di saper “dire le cose in faccia” non per fare delle critiche, diciamo, costruttive volte a migliorare la situazione, ma solo per il gusto di ferire l’interlocutore, per avere ragione ad ogni costo trasformando la tenzone verbale in un qualcosa di assolutamente personale, in parole povere, un tentativo di prevaricazione. Per conto mio si tratta solo di cattiva educazione!

E per oggi direi che può bastare, mi fermo qui. Vi rimando alla prossima volta dove continuerò ad argomentare intorno a questo ultimo stile, quello assertivo, che a ben ragione dovrebbe essere in possesso di ogni buon comunicatore ed in special modo, parlando soprattutto di educazione allo sport, di ogni educatore e allenatore.

Loris Garofalo  
          

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  Scritto da La Redazione il 05/10/2023
 

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