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Edizione provinciale di Udine


VI DICO LA MIA - Ma che razza di razzismo è questo?

L'opinione pubblica si ricrede sulla bontà della gente friulana, ma la giustizia sportiva non fa sconti. Udinese - Monza a porte chiuse

 

(Tempo di lettura: circa 7 minuti)

Il giudice sportivo ha ufficializzato la sua decisione: una partita a porte chiuse per l'Udinese che non potrà giocare davanti al proprio pubblico la prossima gara casalinga il 3 febbraio contro il Monza dopo i cori razzisti subiti dal portiere del Milan, Mike Maignan, durante l'ultima gara di Serie A.

Caspita! In primis sembrava che a Udine si fosse palesato un covo del Ku Klux Klan. La notizia aveva subito fatto rapidamente il giro del mondo: grandi dibattiti televisivi, fiumi di parole spese sull’argomento, salotti dedicati a discutere e ad esecrare quanto accaduto. Poi la marcia indietro, tutti a dire che no, Udine è una piazza civile, tranquilla e che l’accaduto andava circoscritto a un piccolissimo gruppetto di 3, forse 4 persone, e una di queste era già stata individuata e punita! Passati 4 giorni e la collaborativa società Udinese Calcio viene sanzionata a dover giocare senza pubblico. A me pare tutto abbastanza assurdo e perfino ipocrita. Il pubblico, che tra parentesi non si era accorto di nulla come pure l’arbitro, cosa avrebbe dovuto fare? Forse bastonare gli autori per far capire la propria contrarietà? A me pare tutto veramente tanto paradossale.   

Fatta questa doverosa premessa vediamo un po’ se riusciamo a rimettere in ordine le cose. I miei anni dicono inesorabilmente che per il sottoscritto sembra essere iniziata l’epoca del mio divenire memoria storica. E allora avanti con i ricordi.
Siamo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Udine sfiorava i 90.000 abitanti ed era la provincia più estesa d’Italia in un territorio, il Friuli, povero e caratterizzato da una marcata propensione all’emigrazione. I friulani infatti, grandi e valenti lavoratori, si erano sempre distinti come tali quasi in ogni angolo del globo, dall’America del Sud, al Canada, all’Australia, all’Europa, per esempio in Romania, Germania, Austria, Svizzera, Francia, Belgio, eccetera.
Io stesso ricordo bene di aver conosciuto coetanei diventati poi amici che rientravano dal Belgio in cui i genitori avevano lavorato in miniera dove venivano ampiamente discriminati così come accadeva per esempio in Svizzera; c’era anche qualcuno che era da poco rientrato dal Sud Africa, il paese tristemente famoso per l’Apartheid. Ora una domanda sorge spontanea: quei poveretti, che quando vanno allo stadio trovano divertente insultare tutto e tutti, e purtroppo se la prendono oggi con il campione del Milan, Mike Maignan, padre di famiglia ma… di colore come mezza squadra dell’Udinese, che indossa la maglietta “Io sono Friuli Venezia Giulia”, dico io, secondo voi, sanno di cosa sto parlando? Sanno cos’era l’Apartheid? Sanno della tratta degli schiavi? Delle guerre di secessione tra sudisti e nordisti? Delle piantagioni di cotone? Sanno di Nelson Mandela o di Martin Luther King? Sanno che la razza umana è una sola con pelle bianca, rossa, gialla o nera ma sempre una sola?
Io credo di no! E allora forse meglio spostare il tiro. Il vero problema da affrontare e approfondire è quello relativo alla sottocultura, al malessere di una società che si manifesta in varie forme, come la povertà, l’isolamento, la mancanza di opportunità lavorative, l’insicurezza abitativa che vengono spesso associati a una serie di problematiche quali la disuguaglianza, la discriminazione e l’esclusione sociale che poi spesso si riversano negli stadi generando fenomeni di violenza o, come in questo caso, di pseudo razzismo.
Pensate in quei anni Sessanta al Palasport “Benedetti” di via Marangoni, nella gloriosa squadra di basket udinese, la Snaidero, giocava un ex pro americano: Joe Allen, di colore! Per noi un idolo, un mito, una montagna alta 2 metri! Allora a Udine vivevano 4 sole persone di colore: lui, la moglie e se non ricordo male, le loro 2 figliolette. Il problema del razzismo esisteva davvero in qualche parte del mondo, ma non certo a Udine dove noi, con orgoglio, ci proclamavamo non razzisti. E vorrei ben vedere! Ma oggi potremmo forse esserlo? Qualche ignobile, per darsi un tono, per far vedere che anche lui esiste, forse sì, ma i friulani non credo proprio. Rapiti dai soldi potrebbe anche essere, ma razzisti veri, quelli che odiano i neri come chi, preso da aracnofobia odia i ragni, questo mai, ma semplicemente perché ne sappiamo veramente poco del razzismo, non lo abbiamo mai neppure conosciuto dal vivo.
Io, ad essere sincero, qualcosa di più ne ho sempre saputo più degli altri poiché mio padre, infatti, emigrò, senza fortuna, proprio in quel Sud Africa razzista e dove vi rimase per circa 4 anni.
Allora, sgombrato il campo da questo grosso equivoco, perché tanta enfasi, tanta eco in tutto il mondo per quello che l’altro giorno è accaduto allo stadio qui a Udine? Io credo che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che il calcio in Italia soffre e tantissimo. Stanno cambiando le gerarchie mondiali di questo affascinante sport. Se davvero vogliamo riprenderlo in mano dovremmo cambiare moltissime cose. Troppe le incongruenze e una di queste è già emersa in apertura di articolo. Pensate poi che la Figc forma e impone, giustissimamente, che i “mister” dei giovani calciatori siano dei modelli di riferimento, dei veri maestri in grado di insegnare i valori dello sport ai nostri giovani virgulti. Succede poi però che con 1€ soltanto cada uno, quello stesso mister potrebbe accompagnarli allo stadio a vedere la partita di serie A!
Bello vero? Peccato che lì, e fortunatamente a Udine molto meno che altrove, in quelle curve di esagitati, emarginati, impasticcati, cannati o ubriachi che non guardano neppure lo spettacolo offerto dalla gara perché saltano guardando dalla parte opposta, magari a torso nudo in pieno inverno, parlare di modelli di riferimento è per lo meno risibile! Io mio figlio lo porterei altrove a crescere e ad imparare qualcosa di positivo e sorvolo sui pericoli reali cui si potrebbe anche andare incontro. Ai miei tempi al cinema esistevano i film che venivano vietati ai minori di 14 o 18 anni e non solo per le esplicite scene a luci rosse, impudiche e contrarie alla morale del tempo, ma perché mostravano scene troppo violente. Davvero triste il solo pensare che forse sarebbe opportuno vietare gli stadi ai minori!

Un mister davvero bravo, che lavora con i bambini nella società dilettantistica dove io mi occupo del settore giovanile, ha vietato ai suoi piccoli calciatori, di circa otto anni, di intonare cori calcistici stile ultras nello spogliatoio. I piccoli, infatti, per gioco avevano già iniziato a cantare tra loro riproponendo quei cori tribali e osceni da curva nord, imitando personaggi simili a quello che domenica “scimmiottava” ai danni di Maignan! Capite bene che questo è un calcio malatissimo e il razzismo non c’entra proprio per nulla.

Loris Garofalo    

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  Scritto da La Redazione il 24/01/2024
 

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